Imparare a gestire le emozioni

 

Quanti di noi hanno l’impressione che le proprie emozioni siano qualcosa di incontrollabile, qualcosa che “mi capita”, che “succede” e che non si possa gestire?

E’ proprio questa sensazione, infatti, che fa si che alcuni arrivino ad averne estremo timore, poichè hanno l’impressione che esse potrebbero distruggere un equilibrio faticosamente raggiunto con il controllo razionale.

Ma è possibile non provare emozioni?

Provare emozioni è una capacità che non possiamo in alcun modo eludere e che ha una propria funzione. Dobbiamo imparare a comprenderla e a gestirla per far sì che possiamo esserne padroni il più possibile.

Vediamo, allora, alcuni punti fondamentali,introduttivi e basilari, per imparare a conoscere e gestire le nostre emozioni.

 

1) Io non sono le emozioni che provo

Succede molto spesso, in normali conversazioni, di ascoltare frasi come: “Io sono un pauroso”, “Io sono una persona emotiva e non riesco a controllarmi”, “Io sono collerico”, “Io sono gioioso di natura”, “Io sono sempre infelice e triste”….ecc….ecc…..

E’ un modo molto comune di parlare, accostare il verbo “sono” ad un’emozione per definire se stessi. Ma è corretto? E’ davvero così?

Purtroppo non siamo molto abituati a considerare come l’utilizzo di alcune parole, rispetto ad altre, possa avere delle conseguenze pratiche sul nostro modo di pensare e, conseguentemente, di agire.

Pensiamoci un attimo.

Dire a me stesso e agli altri: “Io sono pauroso” vuol dire che la caratteristica della paura mi definisce nell’identità. Un pò come avere un determinato colore degli occhi, o una certa altezza.

Fa parte di me in modo profondo, in qualche modo “sono io”.

E questo mi trasmette  (più o meno consciamente) la sensazione e la consapevolezza di non poter cambiare, o di poterlo fare solo a fronte di grandi fatiche e difficoltà.

Che differenza provoca, invece, in me la frase: “Spesso provo paura e mi comporto in modo poco coraggioso” ?

La paura non è più un pezzo della mia identità ma semplicemente una sensazione che spesso mi capita di provare e che mi fa agire in un determinato modo (in questo caso “poco coraggioso”) piuttosto che in un altro.

Il primo passo importante da fare,allora, per imparare a gestire le proprie emozioni è iniziare a definire ciò che ci accade nel modo giusto!

Io PROVO delle emozioni, non SONO le mie emozioni.

Non sono una parte di me che mi costituisce e che non posso modificare, bensì qualcosa che provo come reazione a determinati stimoli esterni o interni e che mi spinge ad agire in una determinata direzione.

2) I due estremi: dal negare le proprie emozioni al farsi soggiogare da esse

Considerare le emozioni come una delle componenti che ci costituisce e non come l’unica o la più importante, ci indirizza verso il raggiungimento di un equilibrio in cui integrare mente, corpo e spirito al fine di raggiungere il più alto benessere possibile.

Inoltre ci aiuta a preservarci dai due limiti estremi ed opposti (portatori entrambi di rigidità e difficoltà) che sono la paura delle emozioni, forte al punto tale da sentire di doversi controllare e difendere da esse, e l’abbandono più completo a ciò che sento e provo come unico metro di misura e scelta. Vediamoli in modo più dettagliato.

a) Il controllo totale delle emozioni fino alla loro negazione

Ci sono persone che arrivano a temere così tanto le proprie emozioni, poichè le percepiscono alla stregua di un imprevedibile uragano che può distruggere tutto il proprio mondo faticosamente costruito. La percezione è di completa impotenza  di fronte a qualcosa (le emozioni) di sconosciuto, temuto e, soprattutto, incontrollabile.

Le persone che temono fino a questo punto le emozioni tendono a controllarle attraverso la razionalità e la forza di volontà mascherandole prima di tutto  a se stessi e poi a chiunque altro.

Lo sforzo fatto per ottenere e mantenere il controllo richiede grandi energie e spesso, infatti, dall’esterno, queste persone vengono percepite come “appesantite”, ” fredde”, “rigide”, “mai rilassate”, estremamente controllate e razionali.

Dal punto di vista interno alla persona, invece, è come se essa si fosse creata una bella armatura corazzata e protettiva, che ha funzionato talmente bene da averla intrappolata, come in una gabbia da cui non riesce più ad uscire.

b) Faccio quello che sento

All’estremo opposto si trovano, invece, le persone che hanno scelto come loro unico parametro di azione, le sensazioni che provano. Sono coloro che dicono spesso frasi quali: “lo sento quindi è così”, “devo seguire quello che sento per essere me stesso”,”tra mente e cuore scelgo sempre il cuore”..ecc….

Non che seguire le proprie emozioni e sensazioni sia sbagliato, queste persone, però, portano questa    tendenza al limite vivendo in balia di ciò che provano.

Al pari di chi le controlla per evitarle, hanno la stessa sensazione di non poterle controllare ma solo di doverle seguire indipendentemente dagli effetti a cui porteranno.

Sono persone che fanno difficoltà a valutare le conseguenze delle loro scelte PRIMA di farle e si trovano POI a rimpiangere le azioni messe in atto,senza però, saper fare diversamente la volta successiva.

Inoltre, sono persone che riescono a fare qualcosa solo se vi associano emozioni positive positive ed adrenaliniche e, nella gran parte dei casi, fanno fatica a fare qualcosa solo perchè “va fatta” o “è giusta”, se non vi si associa anche un piacere di tipo emotivo.

3) A cosa servono le emozioni

Diceva Virginia Satir, eccezionale psicoterapeuta familiare americana, in un’intervista che il suo lavoro consisteva nel“Permettere alle persone di ricordare che le loro emozioni non sono la parte di loro che decide cosa dovrebbe accadere, le emozioni sono come la temperatura [….],un termometro che ti dice come sono le cose, ti sposti ad un’altra parte di te stesso quando prendi decisioni“.

Allo stesso tempo, però, le emozioni non vanno negate, proprio perchè non è da esse che dipende ciò che siamo e scegliamo di fare. Continua la Satir nell’intervista dicendo: “Se sei arrabbiato, per esempio,e dici “oh no, non sono arrabbiata”,o se sei eccitato per qualcosa e dici “non sono eccitato”, queste sono il genere di bugie emotive che ci derubano della nostra energia”.

Ho trovato perfetta l‘immagine delle emozioni come un “termometro”, aiuta molto bene a capire la loro funzione. Il termometro, infatti, si limita a rilevare la nostra temperatura corporea, a darci la misura del calore del nostro corpo. Poi sono i medici a stabilire i parametri per poter dire quando essa è sana , troppo bassa o troppo alta, e cosa fare per farla tornare ad un giusto livello di equilibrio e salute per il nostro corpo.

La misurazione della temperatura è un punto di partenza per conoscere meglio il nostro stato di salute e, in base ad esso, poter poi prendere delle decisioni per il ripristino del proprio benessere.

Anche le emozioni, così come un termometro, ci danno delle importanti informazioni sulla “temperatura emotiva”, su come stiamo, cosa stiamo vivendo, come reagiamo ad uno stimolo particolare o ad un evento.

“Misurare” ed accettare le proprie emozioni è un punto di partenza fondamentale per conoscerci, capire come funzioniamo e poter scegliere come reagire.

Il fatto che, di fronte ad una critica, la mia prima reazione spontanea sia quella di sentirmi arrabbiata e offesa, non è altro che un’ informazione su di me, che non definisce, nè tantomeno determina, che quel moto spontaneo che io rilevo debba essere la mia reazione definitiva alla situazione.

Posso riconoscere con me stessa di essermi sentita offesa e arrabbiata e poi scegliere di gestire la cosa in modo diverso.

Così come, se non so di avere la temperatura alta non prenderò neanche alcuna medicina per farla abbassare, se non riconosco e accetto le mie reazioni emotive spontanee, non potrò fare nulla per imparare a gestirle.

Coloro che hanno paura delle emozioni, infatti, temono proprio di non riuscire a gestirle e, nel dubbio di poterne essere sopraffatti, pensano di risolvere il problema alla radice evitando proprio di “misurarsi la temperatura”, negando a se stessi di “sentirsi accaldati” e di “poter avere la febbre”.

Tutti noi, probabilmente, avremo detto a noi stessi, qualche volta, “meglio che non mi misuro la febbre tanto al lavoro devo andare lo stesso, a quell’impegno non posso rinunciare..ecc…”.

Qualche volta potrà anche aver funzionato, no? Ignorare il problema per “farlo sparire”!

Avrete, però,anche sperimentato,che questo può valere solo in pochi casi con malesseri leggeri.

Se c’è un virus in corso, la febbre continuerà a salire, per quanto possiamo sforzarci di ignorarla e, prima o poi, i sintomi saranno così forti da farci arrendere e dover riconoscere che non ci sentiamo bene e dobbiamo fare qualcosa!

Con le emozioni è lo stesso: cose da poco conto possono anche essere ignorate senza troppe conseguenze, ma se continuiamo a non ascoltarci e ci disabituiamo a capire come stiamo, potremmo ritrovarci a dover gestire una situazione emotiva irrigidita perchè lungamente trascurata, e quindi, anche più difficile da gestire.

Solo chi ha la consapevolezza di saper gestire le proprie emozioni si permette di provarle e riconoscerle. Gli altri, invece, tenderanno a fuggirle o a divenirne schiavi.

 

4) Comunicare le emozioni

Nei tre punti precedenti abbiamo accennato ai primi passaggi basilari per imparare a gestire le emozioni: riconoscerle, distinguerle dalla mia identità, capirne la funzione.

Tre passaggi che coinvolgono sostanzialmente il soggetto solo in rapporto con se stesso.

Il punto successivo, invece, inizia a spingere il soggetto verso la relazione con chi gli è attorno attraverso la comunicazione delle proprie emozioni.

Se riconoscere con se stessi le proprie emozioni è ovviamente necessario per poterle comunicare, riuscire a parlare ad un’altra persona di ciò che si prova è altrettanto necessario a completare la conoscenza di sè e a sperimentare la più grande libertà verso se stesso, quella di potersi “dare” agli altri, di potersi esprimere senza paura del rifiuto, senza maschere, senza finzioni, senza paura di giudizi e pregiudizi.

Questa libertà è la vera base dell’autostima che porta ad una sano e sereno equilibrio personale.

Comunicare agli altri una parte così intima di noi stessi come ciò che proviamo è, molto spesso, impresa ardua per molti. Eppure senza comunicazione non si creano relazioni significative, sia amicali che amorose, che siano pienamente soddisfacenti; si rimane ad un livello di “conoscenza superficiale” che non intacca la nostra corazza esterna e che ci fa sentire, spesso, estremamente soli.

Possiamo fare conferenze su temi complicatissimi, riunioni di lavoro da cui escono le più funzionali strategie e piani, serate di grande divertimento e spasso…ma fino a che non riusciamo a parlare veramente di noi con qualcuno sentiamo che ci manca qualcosa, per quanto possiamo esserci abituati a stare da soli e aver anestetizzato questo bisogno interiore di condivisione.

Imparare a comunicare le proprie emozioni è un percorso che può essere anche lungo e ci sono esercizi appositi che possono aiutarci a prendere una graduale confidenza con noi stessi e con la comunicazione. In questa sede non è possibile fare lunghi approfondimenti sul tema ma, prendendo  spunto dal lavoro di John Powell, Psicoterapeuta gesuita americano, facciamo, almeno qualche prima definizione e distinzione importante su ciò che significhi “comunicare le emozioni”.

Comunicare non è giudicare: la parola “comunicazione” indica ( dizionario Garzanti) uno scambio di informazioni. La comunicazione si ferma o si dovrebbe fermare qui, allo scambio di informazioni…tutto il resto ( commenti, giudizi, opinioni..ecc…) è qualcosa che va oltre e, non solo non è necessaria per comunicare bene, ma può anche essere un forte ostacolo alla comunicazione stessa. E’ proprio per il timore di cosa potrà pensare l’altro che si evita di comunicare ciò che si prova! L’esercizio da fare è, quindi prima di tutto, con noi stessi nel migliorare il modo in cui ascoltiamo l’altro, ovvero limitandoci ad accogliere quanto ci viene detto senza volerlo modificare, commentare o conformare a quello che diremmo e penseremmo noi. E’ un esercizio che serve ad aprire la mente, imparare ad ascoltare davvero e togliere noi stessi da unico parametro di definizione della realtà e di come dovrebbero o non dovrebbero essere le cose.

Differenza tra dialogo e discussione: all’interno di una comunicazione a due è molto utile distinguere il dialogo dalla discussione, distinzione solitamente non molto comune.

Il dialogo riguarda la comunicazione e condivisione di emozioni e sentimenti, mentre la discussione è di natura maggiormente intellettuale e riguarda lo scambio di opinioni, il confronto per prendere decisioni o stabilire strategie, la condivisione di idee.

Comunemente si tende a privilegiare la seconda a discapito della prima mentre, in realtà, una     vera discussione risulta infruttuosa e quasi impossibile se non è preceduta da un dialogo.

Il flusso emozionale,infatti, in una comunicazione fra due persone intime ( coppia o amicizia), deve  precedere la discussione proprio perchè essa possa avvenire in serenità e    consapevolezza di quali sono i sentimenti di entrambe riguardo la questione da discutere.

Perchè si dialoga: cosa spinge una persona a dialogare riguardo le proprie emozioni? Le motivazioni possono essere infinite, ma possiamo comunque individuarne tre tra le più comuni:

  1. Sfogarsi: spesso l’obiettivo del desiderio di comunicazione è semplicemente quello di sfogarsi perchè arrivati al limite della propria capacità di sopportare ciò che si prova. Per quanto non ci sia nulla di male se questo accade in maniera episodica e saltuaria, è importante tenere presente che lo sfogo rimane comunque un atto essenzialmente egoistico e centrato su se stessi finalizzato ad utilizzare gli altri per “scaricarmi”…se diventa un’abitudine non aiuta a creare relazioni autentiche.
  2. Manipolare: il fine del desiderio di dialogo, in questo caso, è quello di ottenere , più o meno esplicitamente, che l’altro faccia qualcosa per me, facendo leva sui suoi sentimenti. Anche in questo caso, può essere normale che accada di tanto in tanto ma diventa molto rischioso se diventa un’abitudine poichè, fondamentalmente, il dialogo diventa un “monologo” in cui io esprimo le mie necessità e mi aspetto che tu le soddisfi, rischio di usare l’altro come un oggetto e la relazione si impoverisce.
  3. Comunicare: questa dovrebbe diventare, nel tempo, l’unica vera e valida ragione per dialogare, condividere con l’altro una parte di sè, senza aspettarsi qualcosa in cambio se non un sincero ascolto. Comunicare veramente, infatti, è un’azione attiva che faccio con la finalità di donare all’altro qualcosa di me, non tanto di ricevere, per quanto poi questo accada naturalmente fra due persone in cui si instauri una relazione autentica.

 

5) Alcuni suggerimenti di base per gestire le emozioni

Da ultimo vediamo quali sono le “leve” su cui poter fare pressione per influenzare i nostri stati emotivi. Ricordo che questi sono solo accenni, spunti di riflessione e non certo spiegazioni esaustive, che potranno essere date attraverso materiali di approfondimento (libri,corsi, audio, video…) o consulenze personali dal vivo.

Sono molti gli elementi esterni e interni a noi che hanno effetti sui nostri stati umorali. E’ importante imparare a prenderne consapevolezza e confidenza per cercare di usarli a nostro favore!

Per semplificare suddividiamoli in tre categorie: quelli con gli effetti più rapidi, più duraturi o più potenti.

Elementi che influenzano lo stato emotivo in modo rapido: sono, per lo più, elementi di tipo fisiologico e chimico, ovvero hanno a che fare con lo stato del nostro corpo, la cui interconnessione con la psiche è ormai ultranota.

Alcuni dei più tipici sono:

  1. cibo e bevande (quanto cambia l’umore se mangiamo pesante o leggero? Quanto può influire l’uso di alcol? )
  2. farmaci
  3. postura (provate la differenza di sensazione tra lo stare ben dritti a testa alta o ricurvi su una sedia con la testa reclinata sul petto….)
  4. respiro (provate la differenza di sensazione tra un respiro veloce e di “petto” e uno calmo e profondo “di pancia”)
  5. attività fisica ( correre, camminare, saltare, giocare hanno un effetto caricante e adrenalinico sull’umore.
  6. ascoltare musica (provate la differenza di sensazione tra l’ascolto di una musica malinconica, una romantica, una rock e una elettronica… che tipo di reazione avete? Quale spinge di più ad uno stato energico, allegro e motivato?)

Questi elementi, come abbiamo detto, hanno un effetto molto rapido sulla possibilità di modificare il proprio stato emotivo, allo stesso tempo però, a tale rapidità non si associa necessariamente un effetto duraturo. Se una bella corsa o l’ascolto di una musica caricante ci aiutano senza dubbio a passare da uno stato apatico ad uno più energico, non è detto che tale effetto duri più di qualche ora.

Elementi che influenzano lo stato emotivo in modo duraturo: sono, per lo più, elementi che hanno a che fare con il linguaggio quali, ad esempio:

  1. i vocaboli
  2. le metafore o analogie

Le parole che utilizziamo per definire il modo in cui ci sentiamo possono portare un sostanziale cambiamento del nostro umore (diverso dire “sono depresso e disperato” da “oggi è una giornata in cui il mio umore è un pò più basso”), stesso discorso, con ancora maggiore effetto autosuggestivo, le metafore o le analogie che utilizziamo (“sono a terra”, “mi sento il mondo sulle spalle”, “vedo tutto nero”, piuttosto che “cadere e rialzarmi mi renderà più forte”, “toccare il fondo serve a rialzarsi”, “dopo il temporale torna sempre il sereno”…percepite la differenza di sensazioni nel dirsi le une o le altre frasi?).

Imparare a scegliere ciò che diciamo a noi stessi, è fondamentale.Ha un effetto meno immediato sulla modificazione degli stati emozionali, rispetto agli elementi fisiologici, e richiede esercizio volontario poichè devo abituarmi a parlare  a me stesso in modo diverso da quanto fatto fino ad allora, ma, una volta presa questa nuova abitudine i risultati sono molto più duraturi nel tempo.

Elementi che influenzano lo stato emotivo in modo potente: questi ultimi, invece, sono elementi che riguardano il focus, la focalizzazione, ovvero dove poniamo la nostra attenzione, su cosa ci concentriamo, quali , ad esempio:

a)le domande: esse conducono la nostra attenzione in un modo o in un altro a seconda di come sono formulate, durante un momento di scoraggiamento, ad esempio è molto diverso chiedersi “perchè proprio a me?” piuttosto “come posso fare a reagire?”. Le domande che ci facciamo guidano le risposte e influenzano lo stato emotivo.

b)le nostre convinzioni: quello che crediamo vero si realizza e ci influenza perchè contribuisce a creare la nostra realtà. Questo vale anche per ciò che crediamo circa le emozioni e la nostra capacità di gestirli. Se sono convinto che “le emozioni non si cambiano” non farò nulla per esercitare una gestione di esse, o “per me è impossibile gestire le mie emozioni” non tenterò neanche. Ma se sono convinto di questa cosa..come posso cambiarla? Come posso arrivare a convincermi che “è possibile anche per me?”.

Entrare nello specifico di come si possano modificare le proprie convinzioni sugli stati emotivi è un argomento troppo specifico che andrà trattato in materiali di approfondimento o consulenze dal vivo. L’importante, come approccio iniziale di base alla gestione delle emozioni, è iniziare a prendere consapevolezza che ciò che penso riguardo la possibilità di poter o meno gestire le emozioni e sul fatto che sia possibile anche per me imparare a farlo, ha una grandissima influenza su come agirò e sullo stato emotivo stesso.

Questo ultimo gruppo di elementi è quello che agisce in modo più potente sulla modificazione e la gestione degli stati interiori, ma, come per gli elementi linguistici, richiede esercizio continuo e, in alcuni casi, può essere incisivo l’intervento di un esperto che guidi l’apprendimento di alcune tecniche basilari.