DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Deve esserci stata anche solo per un momento, la consapevolezza che questi pensieri o azioni sono eccessivi o irragionevoli

1) Cos’è il Disturbo Ossessivo Compulsivo?

Secondo il DSM IV-TR, il disturbo ossessivo compulsivo può essere diagnosticato in presenza di alcuni elementi: innanzitutto devono esserci ossessioni e/o compulsioni, deve esserci stata anche solo per un momento, la consapevolezza che questi pensieri o azioni sono eccessivi o irragionevoli, devono causare un marcato disagio ( quantificabile in almeno un’ora di tempo nella giornata) e interferire notevolmente con la vita sociale, lavorativa, familiare della persona. Ovviamente tali pensieri o azioni ripetute non devono essere ricondotte nè ad altro disturbo psicologico, nè a disturbi medici o uso di sostanze.

Ma che differenza c’è tra Ossessioni e Compulsioni?

Le ossessioni possono essere definite  come pensieri, immagini ricorrenti e persistenti che la persona sente come intrusivi e non volontari. La persona riconosce che essi sono molto più che delle semplici preoccupazioni per problemi della vita quotidiana e tenta di scacciarli cercando di ignorarli, sopprimerli o sostituirli con altri pensieri. Non c’è il dubbio che siano “reali”( come in un delirio ad esempio) ma la persona sa che sono prodotti della propria mente pur non riuscendo a controllarli come vorrebbe.

Le compulsioni, invece, sono dei comportamenti ripetitivi o delle azioni mentali che vengono percepite dalla persona come obbligatorie, non possono non essere fatte e seguono regole e rituali molto rigidi ( non solo devono essere fatte ma anche seguendo una sequenza specifica). I rituali ( o azioni compulsive) hanno la funzione di prevenire una situazione temuta o  ridurre un disagio. Come spiegherò meglio nella prossima domanda possiamo dire in breve che i rituali sono dei tentativi per rassicurarsi a fronte di dubbi che provocano ansia e angoscia; tali tentativi funzionano così bene che la persona non può più farne a meno.

2) Cosa fa la persona afflitta da questo disturbo per cercare una soluzione?

I tentativi di soluzione di chi è afflitto da ossessioni e compulsioni sono tre:

  • evitamento: si tende ad evitare tutto ciò che spaventa o è percepito come pericoloso, luoghi, azioni, persone o situazioni da cui ci si debba difendere o con cui ci si debba confrontare;
  • richiesta di rassicurazioni  e di aiuto: vengono quasi sempre coinvolti familiari e amici sia con richieste di rassicurazioni verbali che con il coinvolgimento nei rituali e negli evitamenti
  • messa in atto di una sequenza di azioni rituali: questo è il tentativo di soluzione più caratteristico messo in atto dalle persone che soffrono di questo disturbo ed è finalizzato, appunto, ad annullare la paura, a rassicurare di fronte ai dubbi e alle angosce.

E’ importantissimo sottolineare come ognuno di questi tre tentativi di soluzione non faccia altro che alimentare il disturbo stesso , il dubbio e la paura che lo originano facendo sentire sempre di più la persona chiusa in una trappola da cui non riesce più ad uscire.

Un rituale compulsivo può essere sia un’azione (lavarsi le mani) che un pensiero (formula magica da ripetere nella mente). In entrambi i casi possono essere utilizzati per due funzioni: preventiva o riparatoria. Nel primo caso la paura è quella che succederà qualcosa se io non metto in atto il rituale (devo ripetere tutte le mattine la stessa strada altrimenti avrò un incidente), nel secondo caso, invece, cerco di riparare, rimediare a ciò che mi spaventa (come nel famoso caso del lavarmi le mani compulsivamente dopo essere stato fuori casa per paura del contagio di germi e virus). Questi rituali possono essere “razionali” ovvero avere una sorta di collegamento con la paura che voglio tenere a bada oppure “magici” ovvero completamente staccati dall’oggetto della mia paura.

3) Come si struttura il disturbo?

Solitamente  un DOC può strutturarsi a partire da modalità differenti, quella più comune è l’avere un dubbio relativo a qualcosa che potrebbe accadere a me o ad altri o che potrebbe essere già accaduta e a cui devo riparare. Il dubbio ha come conseguenze le sensazioni di ansia e angoscia e un forte bisogno di rassicurazione che deve essere colmato.

Facciamo un esempio semplice: se inizio ad avere il dubbio che sui mezzi pubblici io possa essere contagiato e prendere qualche brutta malattia, questo “tarlo” mentale mi porterà a sentirmi in pericolo, ad avere ansia e angoscia ogni volta che mi troverò a prendere i mezzi pubblici e avrò bisogno di assicurarmi che il mio timore non si avveri. In questo caso potrei iniziare a prendere una serie di “precauzioni” prima di entrare sui mezzi pubblici (es. mettere dei guanti, disinfettare con le salviettine le cose prima di toccarle…ecc…) oppure, se ciò non è possibile, dovrò effettuare una serie di azioni “riparatorie” (es. lavarmi con saponi speciali appena torno a casa, disinfettarmi appena scendo dai mezzi, recitare formule magiche mentali per annullare l’effetto contagioso dei batteri….ecc….). Mettendo in atto questi rituali, che siano preventivi o riparatori, vedrò che effettivamente non mi ammalo, che non sono stato contagiato e la mia angoscia diminuirà, nella mia mente si creerà la convinzione che non mi sono ammalato non perchè il mio dubbio fosse ingiustificato ed esagerato, ma per merito dei rituali effettuati. Potremmo dire, perciò, che i rituali “funzionano”… tengono lontani i rischi del contagio e fanno diminuire l’ansia ad essi legata. Proprio per questo motivo continuerò ad utilizzarli fino a che diventerà impossibile non farlo, diventerà inevitabile e rimarrò totalmente imprigionato in essi.

4) Cosa fanno le persone intorno (amici, familiari, colleghi….) per aiutare il loro caro?

Proprio a causa del secondo tipo di tentativo di soluzione descritto precedentemente, ovvero la costante richiesta di aiuto e rassicurazione rivolta ad amici e parenti, l’intervento delle persone attorno è di massima importanza. E’ normale che, vedendo la sofferenza della persona a cui si vuole bene, si desideri fare qualcosa per aiutarlo.

Purtroppo, però, spesso, con le migliori intenzioni si possono fare grandi disastri! Ogni volta, infatti, che qualcuno accetta di aiutare la persona nel compiere i propri rituali, ad esempio, pur dimostrando in questo modo il proprio affetto manda all’altro anche un messaggio incapacità (“ti aiuto perchè non sei capace ad affrontare il tuo disturbo”) e questo non aiuta. La cosa migliore, se ci si trova in questa difficile posizione, soprattutto se si convive nella stessa casa, è spronare la persona a recarsi da uno specialista. Davanti ad un netto rifiuto è altrettanto utile recarsi lo stesso da un professionista (anche senza la persona affetta dal disturbo) poichè è possibile ricevere un aiuto su come gestire al meglio la situazione e le richieste d’aiuto che, nella gran parte dei casi, sono incessanti e finiscono per portare allo sfinimento le persone intorno.

5) E’ possibile guarire? Che risultati ottiene la terapia breve strategica?

Un intervento di tipo strategico va, prima di tutto, a smontare uno per uno, i tentativi di soluzione che la persona mette in atto e che fanno peggiorare il problema, attraverso stili comunicativi e tecniche basate sulla stessa logica con cui il problema è stato affrontato e costruito. In pratica si andrà a introdurre piccoli cambiamenti nel sistema rigido della persona che vadano a smontarlo dall’interno e lo aiutino ad avere delle esperienze percettive e sensoriali diverse ( ovvero vedere il proprio problema da un punto di vista nuovo che introduca nuove possibilità di comportamento nella rigidità degli attuali schemi seguiti).

Come per ogni tipo di disturbo, più presto si inizia a scardinare il circolo vizioso sul quale si basa, più facile potrà essere il cambiamento. Questo, però, non vuol dire che non si possano ottenere significativi miglioramenti anche in casi in cui la persona è prigioniera del disturbo da diversi anni.