ATTACCHI DI PANICO

L’attacco di panico è un problema che affligge moltissime persone. Con la terapia breve strategica si può intervenire.

1) Cos’è un attacco di panico?

Il DSM IV-R distingue il singolo episodio di attacco di panico (ovvero un momento di paura o disagio intensi che si presenta inaspettatamente, raggiunge il picco massimo nel giro di una decina di minuti ed è caratterizzato dalla presenza di almeno 4 sintomi tra tachicardia, sudorazione, tremori, asfissia, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, sbandamento o senso di svenimento, derealizzazione, paura di perdere il controllo,parestesie, paura di morire, brividi o calori) dal disturbo da attacchi di panico in cui c’è la presenza di più episodi di attacchi di panico ricorrenti e inaspettati ai quali segua un periodo di almeno un mese in cui sia presente la preoccupazione di avere altri attacchi, la preoccupazione per le conseguenze che essi possono portare, un cambiamento significativo della propria vita dovuto a tale paura.

2) Cosa fa la persona afflitta da questo disturbo per cercare una soluzione?

La gran parte delle persone mettono in atto uno o più dei seguenti tentativi di soluzione che, come vedremo, paradossalmente, invece di far migliorare la situazione diventano proprio causa del mantenimento, se non addirittura, del peggioramento, del problema stesso.

Ecco i 4 atteggiamenti più comuni per tentare di risolvere un attacco di panico:

  1. Evitamento: iniziare ad evitare posti in cui si teme possa tornare un attacco di panico ( ovvero i luoghi dove si è avuto l’attacco la prima volta o luoghi analoghi, con caratteristiche simili). Più in generale si può tendere ad instaurare, sul lungo periodo, un atteggiamento di rinuncia verso tutto ciò che è insicuro e temuto per rimanere rifugiati ( o imprigionati?) al sicuro nei pochi posti dove ci si sente protetti ( spesso le mura domestiche). Ora, ogni volta che la persona evita un posto che lo spaventa, la sua paura diminuirà o aumenterà? il problema sembrerà in via di soluzione o sempre più grande?
  2. Assunzione di Farmaci: dopo un primo attacco di panico, solitamente, si corre dal proprio medico di fiducia per un controllo ed escludere cause di tipo organico. Purtroppo, però, troppo spesso, pur ben individuando la natura psicologica del problema, i medici tendono a prescrivere farmaci ansiolitici senza inviare la persona da uno specialista psicoterapeuta. E’ una riflessione importante da fare, quella sui farmaci, e non è questo lo spazio per farla in maniera approfondita. Posso solo dire che, seppur possono essere di qualche aiuto, soprattutto in situazioni molto gravi, paradossalmente, nella maggior parte dei casi, diventano una stampella su cui la persona si appoggia, divenendone spesso dipendente, e che non gli permette di sperimentarsi in una reale strada risolutiva.
  3. Richiesta di Aiuto: la richiesta di aiuto per poter affrontare le cose che spaventano è rivolta, solitamente ai familiari più stretti e può avere due forme: la delega completa, dove si chiede al parente/amico di fare qualcosa al proprio posto o l’accompagnamento ovvero la possibilità di andare nei posti che spaventano a patto che non ci si vada da soli. Questa soluzione sembra logica e normale, e anche amici e parenti si prodigano con sincera affezione per aiutare la persona nel momento difficile. Una domanda però è d’obbligo: ogni volta che si chiede aiuto e lo si riceve, per quanto gratificati dalla conferma di avere intorno persone che ci vogliono bene, ci sentiamo più capaci o meno capaci? ci sentiamo più vicini alla soluzione del problema o più lontani da essa?
  4. Socializzazione: un ultimo tentativo comune che si mette in atto per cercare di risolvere la paura degli attacchi di panico è quello di sfogarsi, di parlarne con amici e parenti, poichè si ha la sensazione che questo ci faccia sentire meglio. Il rovescio della medaglia di questa soluzione possiamo porlo così: ogni volta che si parla del problema, dopo un primo leggero alleggerimento, ci si sente più liberi o sempre più fissati nel problema stesso? più se ne parla e più il problema si risolve o , invece, si ha la sensazione che peggiori sempre di più?

3) Come si struttura il disturbo?

Il disturbo comicia solitamente con un episodio di panico inaspettato e imprevisto che mette a dura prova la persona che lo sperimenta. Quello che segue, ad esso, solitamente, è la costante paura di poterne subire un altro e il desiderio di prevenirlo a tutti i costi.

Ecco, allora, che si iniziano a mettere in campo i tentativi di soluzione precedentemente descritti per tenere a bada “la paura della paura”. E così facendo, purtroppo, però, il disturbo inizia piano piano a strutturarsi proprio a casua del fatto che i tentativi di soluzione, in modo particoalre l’evitamento di situazioni ritenute “pericolose”, rendono il problema “reale” nella mente e nella vita della persona.

4) Cosa fanno le persone intorno (amici, familiari, colleghi) per aiutare il loro caro?

Gli amici e i familiari possono essere coinvolti, soprattutto, in due delle tentate soluzioni prima descritte: la richiesta di aiuto e la socializzazione.

Cercare di andare in aiuto a chi soffre è un nobile istinto e non siamo certo noi, qui, a sostenere che non debba essere perseguito. Quello che dobbiamo veramente chiederci, in questi casi, è se il vero aiuto sia acconsentire alle richieste, basate sulla paura, di chi, non riuscendo più a vivere liberamente la sua vita, ci chiede di aiutarlo ad evitare di affrontare le sue difficoltà.

5) E’ possibile guarire? Che risultati ottiene la terapia breve strategica?

La consolidata esperienza del Prof. Giorgio Nardone, fondatore della Terapia Breve Strategica,  ha permesso di ottenere nell’arco di 10 anni una sperimentazione su più di 3500 casi con risultati sorprendenti. Nel caso dei disturbi di ansia e panico si toccano punte di oltre il 90% di successi terapeutici.  Fonte:“Brief Strategic Therapy”(Nardone G., Watzlawick P., Rowman & Littlefield Publishers Inc, MD, USA, 2004)