ATTACCHI DI PANICO

L’attacco di panico è un problema che affligge moltissime persone. Con la terapia breve strategica si può intervenire.

1) Cos’è un attacco di panico?

Il DSM IV-R distingue il singolo episodio di attacco di panico (ovvero un momento di paura o disagio intensi che si presenta inaspettatamente, raggiunge il picco massimo nel giro di una decina di minuti ed è caratterizzato dalla presenza di almeno 4 sintomi tra tachicardia, sudorazione, tremori, asfissia, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, sbandamento o senso di svenimento, derealizzazione, paura di perdere il controllo,parestesie, paura di morire, brividi o calori) dal disturbo da attacchi di panico in cui c’è la presenza di più episodi di attacchi di panico ricorrenti e inaspettati ai quali segua un periodo di almeno un mese in cui sia presente la preoccupazione di avere altri attacchi, la preoccupazione per le conseguenze che essi possono portare, un cambiamento significativo della propria vita dovuto a tale paura.

Sintomi – Come si riconosce un attacco di panico

I sintomi più comuni riportati da chi soffre di attacchi di panico, e riconosciuti come discriminanti all’interno del DSM sono i seguenti:

  • tachicardia
  • sudorazione eccessiva
  • tremori
  • asfissia o dispnea ansiosa
  • sensazione di soffocamento
  • dolore al petto
  • nausea
  • sbandamento o senso di svenimento
  • derealizzazione
  • paura di perdere il controllo
  • parestesie
  • paura di morire
  • brividi o calori.

A questi, poi, si aggiungono i sintomi psichici che subentrano a causa della forte esperienza fatta, tra tutti emerge la “paura della paura” ovvero il vivere costantemente in tensione, con l’ansia che un attacco di panico si possa ripresentare da un momento all’altro.

Cause

Ricercare un’unica causa per un fenomeno altamente complesso come l’attacco di panico è, evidentemente, un’operazione troppo riduttiva e poco utile ai fini della risoluzione del problema.
A livello neurologico è certa l’importanza dell’amigdala (una piccola parte del cervello situata nel sistema limbico) nella regolazione delle emozioni e, più in particolare della paura.
Per quanto nuovi studi più aggiornati stiano tentando di capire in maniera più specifica come l’amigdala intervenga nel panico, possiamo intanto rifarci a quella che è l’anatomia classica della paura: uno stimolo (interno o esterno) di pericolo viene inviato al cervello secondo due diverse strade.

  • La prima, velocissima, diretta all’amigdala che attiva tutte le reazioni di allerta (sudorazione, tachicardia, scarica di adrenalina) prima che la mente possa comprendere a livello razionale qual è lo stimolo che mi ha spaventato, in poche parole si prova paura senza capirne il motivo.
  • La seconda strada, invece, è quella per cui le informazioni sensoriali passano attraverso il talamo e poi alla corteccia , dall’analisi delle informazioni è la corteccia ad attivare l’amigdala solo se si valuta lo stimolo come realmente pericoloso.

La trappola, che spesso si attiva nella nostra mente, è data dall’attribuzione di significato catastrofico a quelle sensazioni di attivazione che avvengono prima che la mente possa elaborarle. Avere sensazioni di attivazione fisiologica improvvisa (tachicardia, sudorazione, senso di derealizzazione ad esempio) senza spiegazione apparente, può spaventarci moltissimo.

Questa paura attiva una serie di domande (cosa mi sta succedendo? Mi sto sentendo male? Sto per morire? Sto per impazzire?) a cui non si ha risposta, cosa che spaventa ancora di più, si cerca allora di provare a controllare le sensazioni volontariamente (devo calmarmi, ora mi calmo, ora respiro….) mettendo un focus volontario su funzioni che, per loro natura, invece, sono automatiche. In questo modo esse si alterano ancora di più aumentando il senso di confusione e spavento e attivando quella che, comunemente, viene chiamata “escalation” del panico.

In attesa di nuove risposte dal fronte della ricerca neurologica, quello che sappiamo, in ambito psicologico, è che per combattere gli attacchi di panico è necessario interrompere la trappola mentale sopra descritta imparando a gestire le sensazioni che attivano il panico in maniera differente.

Attacco di panico notturno

Una tipologia particolare di attacchi di panico è quella che avviene di notte, caratterizzata da un risveglio improvviso seguito a dolore al petto, ansia, sudorazione, tachicardia, senso di terrore e smarrimento, paura di morire.
E’ un’esperienza senza dubbio molto impegnativa per chi la subisce, soprattutto perché coglie nel sonno in maniera inaspettata e, trovandoci meno lucidi e attivi, la sensazione di instabilità è maggiore.

E’ molto importante, per affrontare bene questo problema, capire se la persona soffre solo attacchi di panico notturni o se, invece, essi sono una parte di un disturbo di panico più generale che colpisce anche di giorno e in altre situazioni.
Se in il disturbo fosse esclusivamente notturno, prima di trattarlo come un disturbo psicologico, è corretto accertarsi che l’attacco di panico non sia una manifestazione legata a disturbi fisici quali apnee notturne o reflusso gastro esofageo.

I rimedi che non funzionano

La gran parte delle persone mettono in atto uno o più dei seguenti tentativi di soluzione che, come vedremo, paradossalmente, invece di far migliorare la situazione diventano proprio causa del mantenimento, se non addirittura, del peggioramento, del problema stesso.
Ecco i 4 atteggiamenti più comuni per tentare di risolvere un attacco di panico:

  • Evitamento: iniziare ad evitare posti in cui si teme possa tornare un attacco di panico ( ovvero i luoghi dove si è avuto l’attacco la prima volta o luoghi analoghi, con caratteristiche simili). Più in generale si può tendere ad instaurare, sul lungo periodo, un atteggiamento di rinuncia verso tutto ciò che è insicuro e temuto per rimanere rifugiati ( o imprigionati?) al sicuro nei pochi posti dove ci si sente protetti ( spesso le mura domestiche). Ora, ogni volta che la persona evita un posto che lo spaventa, la sua paura diminuirà o aumenterà? il problema sembrerà in via di soluzione o sempre più grande?
  • Assunzione di Farmaci: dopo un primo attacco di panico, solitamente, si corre dal proprio medico di fiducia per un controllo ed escludere cause di tipo organico. Purtroppo, però, troppo spesso, pur ben individuando la natura psicologica del problema, i medici tendono a prescrivere farmaci ansiolitici senza inviare la persona da uno specialista psicoterapeuta. E’ una riflessione importante da fare, quella sui farmaci, e non è questo lo spazio per farla in maniera approfondita. Posso solo dire che, seppur possono essere di qualche aiuto, soprattutto in situazioni molto gravi, paradossalmente, nella maggior parte dei casi, diventano una stampella su cui la persona si appoggia, divenendone spesso dipendente, e che non gli permette di sperimentarsi in una reale strada risolutiva.
  • Richiesta di Aiuto: la richiesta di aiuto per poter affrontare le cose che spaventano è rivolta, solitamente ai familiari più stretti e può avere due forme: la delega completa, dove si chiede al parente/amico di fare qualcosa al proprio posto o l’accompagnamento ovvero la possibilità di andare nei posti che spaventano a patto che non ci si vada da soli. Questa soluzione sembra logica e normale, e anche amici e parenti si prodigano con sincera affezione per aiutare la persona nel momento difficile. Una domanda però è d’obbligo: ogni volta che si chiede aiuto e lo si riceve, per quanto gratificati dalla conferma di avere intorno persone che ci vogliono bene, ci sentiamo più capaci o meno capaci? ci sentiamo più vicini alla soluzione del problema o più lontani da essa?
  • Socializzazione: un ultimo tentativo comune che si mette in atto per cercare di risolvere la paura degli attacchi di panico è quello di sfogarsi, di parlarne con amici e parenti, poichè si ha la sensazione che questo ci faccia sentire meglio. Il rovescio della medaglia di questa soluzione possiamo porlo così: ogni volta che si parla del problema, dopo un primo leggero 4. alleggerimento, ci si sente più liberi o sempre più fissati nel problema stesso? più se ne parla e più il problema si risolve o , invece, si ha la sensazione che peggiori sempre di più?

Cosa fare per gli attacchi di panico

Il disturbo, come abbiamo visto, comincia solitamente con un episodio di panico inaspettato e imprevisto che mette a dura prova la persona che lo sperimenta. Quello che segue, ad esso, solitamente, è la costante paura di poterne subire un altro e il desiderio di prevenirlo a tutti i costi.

Ecco, allora, che si iniziano a mettere in campo i tentativi di soluzione precedentemente descritti per tenere a bada “la paura della paura”. E così facendo, purtroppo, però, il disturbo inizia piano piano a strutturarsi proprio a causa del fatto che i tentativi di soluzione, in modo particolare l’evitamento di situazioni ritenute “pericolose”, rendono il problema “reale” nella mente e nella vita della persona.

Gli amici e i familiari possono essere coinvolti, soprattutto, in due delle tentate soluzioni prima descritte: la richiesta di aiuto e la socializzazione.
Cercare di andare in aiuto a chi soffre è un nobile istinto e non siamo certo noi, qui, a sostenere che non debba essere perseguito. Quello che dobbiamo veramente chiederci, in questi casi, è se il vero aiuto sia acconsentire alle richieste, basate sulla paura, di chi, non riuscendo più a vivere liberamente la sua vita, ci chiede di aiutarlo ad evitare di affrontare le sue difficoltà.

Sul disturbo di Attacchi di Panico, oggi, l’intervento più efficace è garantito da uno specifico percorso psicoterapeutico, affiancato, solo dove necessario, da un supporto farmacologico.
La consolidata esperienza del Prof. Giorgio Nardone, fondatore della Terapia Breve Strategica,  ha permesso di ottenere nell’arco di 10 anni una sperimentazione su più di 3500 casi con risultati sorprendenti. Nel caso dei disturbi di ansia e panico si toccano punte di oltre il 90% di successi terapeutici.  (Fonte:“Brief Strategic Therapy” Nardone G., Watzlawick P., Rowman & Littlefield Publishers Inc, MD, USA, 2004)

Testimonianza

N. inizia a sentire forti dolori al petto, improvvisamente, mentre rientra a casa, sui mezzi pubblici, dopo un giro in centro con gli amici. SI spaventa molto, anche perchè ai dolori segue un senso di svenimento, sudorazione ,vuoto allo stomaco e tachicardia. In completo tilt si fa accompagnare al pronto soccorso dove viene esclusa ogni patologia fisica e diagnosticato un attacco di panico.

Da quel giorno la paura di poter nuovamente vivere un’esperienza così terrorizzante invade la sua vita, le sue attività quotidiane tanto da farlo incupire, da non permettergli più di studiare, da isolarlo socialmente perchè non più in grado di uscire senza una terribile ansia anticipatoria.

Viene in terapia dopo 6 mesi dall’esordio del disturbo , spaventato all’idea che gli avrei potuto chiedere di dover affrontare nuovamente cose che lo terrorizzavano al solo pensiero (come prendere mezzi pubblici o uscire da solo, o stare in luoghi affollati). Mi dice che la sua vita è diventata estremamente limitata ma, almeno, ha la sensazione di poter controllare la paura seppur rinunciando a tante cose belle che prima faceva.

Il solo motivo per cui è disposto a chiedere aiuto è che non sopporta di non riuscire più a studiare, senza la possibilità di laurearsi vede il suo futuro perso e questo lo spaventa ancora di più della paura di quello che io potrei chiedergli di fare.
Lo rassicuro dicendo che, nei vari passaggi del protocollo per il panico, non è previsto quello di “affrontare di petto la paura”, che useremo metodi diversi e arriveremo al risultato senza forzature e trovando il suo ritmo.
Anzi, la prima indicazione è proprio quella di arrendersi al fatto che ora lui non sia assolutamente in grado di risolvere il problema e che dovremo passare un pò di tempo solo a monitorarlo per conoscerlo meglio.

Gli chiedo allora di compilare uno speciale “diario” ogni volta che sente che sta per arrivare il panico, così da potermi aiutare a capire meglio cosa gli succede.

Questa manovra porta il ragazzo a tranquillizzarsi e ad affrontare, per la prima volta, i momenti di panico con uno strumento pratico diverso che induce, da subito, un’esperienza di sblocco rispetto al panico stesso, che, eseguendo il compito dato, dura di meno.
Questa prima esperienza positiva fa da apripista al resto del protocollo che, nell’arco di 9 sedute, ha permesso ad N. di tornare a studiare e a fare una vita normale, non più limitata dalla paura patologica.